Archivio dell'autore: lievolando

Mail

Standard

Mads Gilbert

Mail del chirurgo norvegese Mads Gilbert dallo Shifa Hospital, Gaza.
(riduzione in poesia)

“Dearest friends – […]

qui a Gaza, il cielo è fatto di notti estreme
e la terra suda il sangue degli angeli
i padri, le madri formano un caos di corpi
come animali fatti a pezzi al mattatoio

[…]The heroes in the ambulances and in all of Gaza’s hospitals are working 12-24hrs shifts, grey from fatigue and inhuman workloads (without payment all in Shifa for the last 4 months), they care, triage, try to understand the incomprehensible chaos of bodies, sizes, limbs, walking, not walking, breathing, not breathing, bleeding, not bleeding humans. HUMANS![…]

negli ospedali i turni sono disumani
ma il peso più grande è quello
di non poter tenere stretto il bambino caldo
e piangere tra l’odore della sua pelle

la carne tra le bende è di un grigio lunare
come una destinazione che si fa largo
tra lo spazzar via gli avanzi della morte
e il ricominciare con questo nulla -o quasi
del nostro ospedale arrugginito

[…]And as I write these words to you, alone, on a bed, my tears flows, the warm but useless tears of pain and grief, of anger and fear. This is not happening![…]

e poi la guerra riprende a dirigere la sua orchestra
a ruggire gli F16, a mugolare i droni, col presagio
di altre corse stroncate sulla spiaggia… domani

[…]So much made and paid in and by US.
Mr. Obama – do you have a heart?[…]

e se ci fosse un cuore nell’alto dei poteri?

lo inviterei magari travestito da inserviente
certo che cambierebbe la storia in una sola notte
perché nessun cuore che si possa dire -cuore
potrebbe allontanarsi da una notte allo Shifa Hospital
senza ordinare fine alla mattanza

ma i senza pietà studiano gli assalti “dahyia”. e che
sia massima la sofferenza, corrente il sangue da spalare

lo posso sentire: hanno sintonizzato i ferri della morte
forse anche quelli da puntare sulle ambulanze

[…]Please. Do what you can. This, THIS cannot continue.
Mads

Gaza, Occupied Palestine
Mads Gilbert MD PhD
Professor and Clinical Head
Clinic of Emergency Medicine
University Hospital of North Norway
N-9038 Tromsø, Norway
Mobile: +4790878740 tel:%2B4790878740”

Annunci

Carlo Giuliani, che decise di non andare al mare

Standard

orgosolo giugno 2014murales che ho fotografato ad Orgosolo il 22 giugno scorso, durante la mia vacanza in terra sarda

 

(Genova , G8 2001)

Carlo, non ti voglio percorrere con una storia sottoforma di notizia
ma di nebbia che mi tiene gli occhi sbarrarti, che diventa
amore e non difende, ma picchia ai polsi col suo odore
bollente di catrame e di sale, come un grido d’inferno
che si arma per gestire la disobbedienza del mare

Carlo a vent’anni, tu decidi di non andarci al mare
ma del mare portare con te, la disobbedienza
nel suo tendere opposti verso una sola pace

Carlo, con quella schiena cosmica, le braccia allargate
mentre corri di rabbia e cadi, perché l’ordine dall’alto
è di stuprarla la tua pace e il futuro deve restare
una storia da scrivere a polpastrelli levati
sulle polveri degli archivi, sulle seconde morti
d’ogni sentenza, d’ogni indifferenza

a cosa pensi Carlo, lasciandoti destare dalla morte
convulso come una macchia a disegnare la ciclicità
la gonna delle mille bambole che aveva seduto tua madre
sui divani degli anni ’60 o la pienezza delle ortensie
davanti alla casa dove eri stato bambino

come ti appare Carlo, la piazza Alimonta
dagli oblò del tuo corpo -fragole e sangue,
oppure coi i nomi dei compagni scritti sulle aiuole
coi sassolini bianchi, come quelli di Pollicino

mentre alla Diaz si consumerà l’umano smaltimento
il grido nel sonno, il futuro che non vivrà
se non quale guerra assegnata al sangue che
ha vestito tua madre di pareti cieche, di un lutto
informe come il lenzuolo un fantasma

che le madri allora siano tutt’altro che madri
ché le ambulanze sono tutt’altro che cicogne
e a Genova urla persino il mare, come un paradiso
affogato nello stesso raggio dei copertoni
che ti attraversano adesso, Carlo, e riattraversano

 

Mi sento nonna

Standard

poesia premiata qui

http://www.lavitaindiretta.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-b4ae0a3e-1045-469f-a116-70b07b05a98d.html?refresh_ce

 

mi sento come il diametro di una casseruola
chiusa in un cerchio che mi rimette al fuoco
ai debiti, ai debitori, all’ora in cui
la sedia mi direbbe fermati -o meglio
accomodati, prendi un caffè
riprendi fiato, prenditi il tempo

come se non stessi seduta abbastanza
così circolare, così concentrica
piatta sul fondo. una schiena assuefatta
al nulla per cui valga la pena
se non di stare qui, a scrivere un diario
da regalare a chi può crederci ancora
senza la paura che carica di gocce
solo per meritare un po’ di apparenza

e lasciarti detto -bambino mio
come usare le forbici, il significato
di opporre la mano alle lame

per ritagliare un quadrato che sia una casa
un triangolo che sia il tetto
per comporre una città, con la scuola
il municipio; ancor di più un rione con l’oratorio
per volersi bene e coltivare il basilico
nella terra smossa dietro le reti del campetto

o per costruire un aeroplano di cartone
per volare, senza comprare la vita,
tra un’apertura d’ali e una caduta
dovuta al modo di poggiare le mani
di alzare gli occhi a guardare le stelle

perché la tua domanda
comprende questa terra
che ancora ci appartiene

 

questo il video (io sono la nonna, naturalmente) lol
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d29e700e-7b3e-4350-ab93-6d74c1c651d5.html

Frazioni di danza

Standard

farti sentire il cuore
come una danza irlandese
coi tacchi alle tempie e cadenza di farfalla
nel dire giorno, grumo solenne che lega le caviglie
e scioglie il mare, la notte
nel suo eterno
di sempre

Buone Feste a Chicca e ai lettori del blog

terr’amare

Standard

Ivan Aivazovsky, Nave in mezzo alla tempesta*

fredda la traccia, l’acqua sterminata
agli equilibri dei pesci, ai funghi acuti
alla crosta ormai ubriaca di malefici

l’ornato lieve sulla sponda del legno
affianca la solita voglia di paradiso

 

*

mi inclino alla storia del pane
che rende al tempo questa pianta
acerba  nel restare grume, radice accesa
quasi volessi svegliare Gesù
amando il fiore chiuso, candido
accartocciarsi ai lini di mia madre

 

*

ordino i passi rivoltando la terra
al suo profumo. esce il profondo
dai piccoli vermi, dai giocattoli
restituiti a quei tratti di pelle
che mi fanno regina annusando la terra
in preda al solco, alla fila mezzana
al disegno di vene che ho sulle mani
come archi pizzicati di sale

 

*

è inesistenza il mare
è umore buttato agli insetti
un malaffare a forma di morte
che frulla la corazza come montare la neve
farne valanga, sangue aperto
luce che preme alla bocca appena
che canta, mi chiama
è biglia, pupilla
che rotea sul fondo
oscurando

 

*

come un mare mosso che mangia la voce del faro

sia che mi chiami adesso, che mi aspetti
ancora, in questa forma
declivia appoggiata con cura, bisbiglio
schiumina dorata che cola
dove stanno i natali di un corpo propenso
a raccogliere, a restituire
luci vive investite dal vetro
che premono all’acqua la linea diritta
la curva di vite, morsicate
dal mare

le cattedrali

Standard

 

davanti a te, oh figlio
da battezzare l’acque, sciogliendo
corsi ai piani, per tramandare
meriti alle madri

e così via, alberi
da rintracciare l’Esodo e il Levitico
tra canti ossianici o il Nibelungenlied

ogni invenzione
crebbe di padri
ogni angolo la storia

dall’isolotto di Brooklyn, come se scorra il Nilo
sta l’infanzia, l’uscire fuori
tra le cattedrali di giunchi o lillà primaticci
il trastullare cenci senza appartenenze
o stelle a più di cinque guglie
per sceriffi assuefatti alla manna

e d’erba comune, d’acqua
ogni fanciullo

da un duetto con l’amico Sebastiano

Standard

m.chagall

*

dimmi quanto è lontana la parola, così
piccola da accartocciarsi ai muri
fino a comprenderli, larghi sui palmi
sfociati come parti da soffiare via
e quel ricordo di rose irriverenti, nude
dal grembo prendere quota attraverso
noi, camminando sulle cose del giorno

*

nella stanza delle piccole felicità
ho mobili come isole ed un braciere al centro
gli occhi brillano di una luce inventata
aperti alle terrazze dei limoni, la dolcezza
dell’acqua fa il cristallino nuovo
i petali di rosa, le tue mani
a volare

*

resto di una forma fragile
a questo amore rimasto sui muri
nella linea discontinua delle case
nel contorno delle mele
che riempio di rosso
gesso tremante come polpa
che si scompone in semi di rosario